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Cronache dall’esilio: XXXIX DISINTERMEDIAZIONE

In evidenza Cronache dall’esilio: XXXIX DISINTERMEDIAZIONE

 

Si sta diffondendo nel linguaggio giornalistico e tra i politologi la parola “disintermediazione”, un neologismo derivato dall’economia bancaria (1967) che ha il vantaggio di non essere inglese (come al solito). Letteralmente vuol dire che c’è un rifiuto, una negazione dell’intermediario ed è legato nella sua nuova accezione ad un costume chiaramente indotto dall’avvento dei mass media, per cui si può fare a meno della mediazione tra capo e popolo o, volendo sofisticare il discorso tra opinion maker (letteralmente “coloro che costruiscono l’opinione”) e opinione pubblica.

Facciamo un paio di esempi: la critica letteraria o anche cinematografica hanno perso il loro ruolo culturale di mediazione tra il libro, il romanzo o il film e i fruitori, sostituita dal rapporto diretto con i consumatori (a cui con il dilagare delle merci nel mercato globale siamo tutti ridotti; ma poi riusciremo a consumare tutto quello che viene prodotto?). Al massimo abbiamo la recensione, la pubblicità o il consiglio per gli acquisti. Ancor di più si è visto in politica dalla campagna elettorale, con cui Obama vinse il suo primo mandato, che inaugurò il ruolo dei social network in politica, in particolare Twitter, il quale pretende di concentrare tutto un discorso in 140 caratteri. Anche il nostrano Matteino Renzi ci ha abituato a questo tipo di rapporto diretto e anch’io nella mia rubrica elettronica ho il suo indirizzo mail, che poi non vuol dire avere un rapporto diretto con lui, ma forse una distratta attenzione di qualche ragazzotto del suo staff, ammesso che qualcuno sia delegato a leggere le mail dei cittadini-elettori (che sono un succedaneo dei cittadini-consumatori). Attraverso questo rapporto diretto di tipo elettronico si può saltare ogni intermediazione, sembra non esserci più bisogno dei cosiddetti “corpi intermedi” (sindacati, associazioni ecc.). Come si vede chiaramente nella rete elettronica sta la matrice essenziale dell’attuale populismo, che ha un famigerato precedente: l’uso della radio e del cinema nelle strategie del Minculpop di mussoliniana memoria: il duce parlava direttamente al “suo” popolo. Rimane aperto un problema nel nostro esilio elettronico dal mondo reale. Lasciamo perdere che solo il 55% degli abitanti di questo paese possiede un pc e solo il 48% (dati ISTAT 2009) è stabilmente connesso alla rete web con trend in costante aumento, perché questo è un residuo obsoleto del vecchio costume sociale. Rimane una questione specie-specifica o antropologica, che agli umani piace ancora guardarsi negli occhi e avere contatti fisici e questo per il momento nessun ologramma virtuale è riuscito ancora a surrogarlo. Alla fine rimane la realtà dei corpi o più banalmente la dura realtà materiale. Anche politicamente nell’ultima tornata elettorale si è visto come la mancata attenzione del capo, che assomma in sé il potere del capo del governo e del capo del partito sin qui di maggioranza, al radicamento del partito sul territorio è stato fonte un bruciante ridimensionamento. Né mi pare meglio il cretinismo elettronico del suo principale movimento avversario. 

 

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